“Sono la sua mamma e so io cosa fa bene al mio Fuffy!”

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CRONACA – Nel tardo autunno scorso in Inghilterra c’è stata una breve tempesta mediatica riguardo a una “raccomandazione” della Rspca (la Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, la “protezione animali”) secondo la quale chi obbligava il proprio gatto a seguire una dieta vegana poteva star infrangendo la legge e rischiava addirittura di andare in galera per l’abuso commesso.

Un portavoce dell’Associazione ha infatti ricordato che, a differenza dei cani (abbastanza onnivori) i gatti sono dei carnivori obbligati e hanno bisogno di mangiare frequentemente la carne per restare in salute. Ha citato il codice criminale inglese secondo il quale i padroni dei pets debbano “intraprendere ogni azione necessaria per assicurare il benessere dei loro animali”, ricordando che “ciò comprende fornirgli una dieta adeguata” e che nel caso di abusi gravi, si rischiava una multa pesante o perfino una sentenza penale per maltrattamento.

L’episodio inglese e la reazione che ha provocato nei vegani, o meglio sarebbe dire nelle vegane, visto che le donne sono ampiamente la maggioranza, mostrano la netta volontà di respingere le “verità scientifiche”. Il “Tweet storm” vegano in reazione al consiglio della protezione animali
verteva fondamentalmente su tre temi: “Sono la sua mamma e so io cosa fa bene al mio Fuffi”, “Le loro ricerche sono pagate dai signori della Kitekat”.

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